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2018-19

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Reduci dalla pessima figura dell’anno precedente, i vertici societari si guardarono bene dall’esporsi ad altre sparate sulle ambizioni per il nuovo campionato. Si viaggiava a fari spenti, anzi proprio senza fari: a novembre era già tutto finito, il distacco dal Lecco capolista pareva ormai incolmabile e a fine torneo raggiunse la cifra-monstre di 31 punti!
Per tenere viva l’attenzione su una squadra seguita solo dai parenti stretti e da qualche sparuto aficionado, con l’anno nuovo si cominciò una campagna auto-promozionale nella quale venivano sbandierate la raggiunta parità di bilancio e il prossimo azzeramento dei debiti pregressi, facendo intendere che ai campionati di vertice si era preferito il radicale risanamento dei conti: intento nobilissimo ma di difficile realizzazione, se non altro perché all’esterno non sembrava che la forza economica dei soggetti coinvolti potesse permettere una svolta così rapida e decisa. Ma chi non credeva al nuovo Verbo veniva pubblicamente attaccato anche in maniera durissima, mettendo in primo piano l’integrità morale dei dirigenti e la loro dedizione alla causa.
Qualche allocco cadde nel tranello, ma le bugie (si sa) hanno le gambe corte…

2017-18

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Un anno vissuto fra la farsa e l’improvvisazione: partito in una sera d’estate in cui ci si era candidati come una delle pretendenti alla vittoria finale, nonostante lo stravolgimento della squadra e il cambio di tecnico, proseguito con l’esonero di mister Tabbiani all’11a giornata con il Savona in caduta libera verso il fondo della classifica e terminato con l’ingaggio del quarto allenatore in 14 mesi, quel Marcello Chezzi arrivato con le stimmate del carneade (per avere allenato per 13 anni la squadra del padre) e rivelatosi la sorpresa migliore di un torneo da dimenticare. Naturalmente anche lui, come il suo predecessore Siciliano, non appena dimostrò di essere in grado di fare le nozze con i fichi secchi e di avere un minimo di ambizione, venne immediatamente escluso dal “progetto tecnico” per l’anno seguente.
Beffa delle beffe la promozione in Serie C dell’Albissola, effimera protagonista per un anno su scene calcistiche mai neanche immaginate e presto sparita dai radar pallonari nazionali.
A fine torneo arriva la comunicazione del disimpegno di Dellepiane, che cede la totalità del controllo della società a Cavaliere, pur mantenendo un ruolo di garante nel ripianamento di parte dei debiti pregressi da lui creati.

2016-17

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L’anno dopo la stagione inizia con un cambio alla guardia, più formale che effettivo, ma comunque significativo: la presidenza passa dalle mani di Aldo Dellepiane a quelle di Cristiano Cavaliere, piccolo sponsor della passata stagione ora innalzato al massimo ruolo. Dopo 4 anni si chiude, nel peggiore dei modi, un ciclo di per sé fallimentare: acquistato il Savona nei professionisti per 1 euro, Dellepiane lo lascia nei dilettanti con un debito che (si dice) sfiora i 2 milioni di euro, in buona parte accumulati nella disgraziata stagione dei 43 tesserati e delle vicende che poi portarono all’ignobile retrocessione. La piazza è delusa, amareggiata: in due anni tremendi e allucinanti si è passati dal sogno Serie B all’incubo Serie D e vorrebbe vedere un riscatto immediato, un colpo di coda (o di orgoglio) che possa in qualche modo lenire le ferite gravissime accumulate negli ultimi tempi.
Invece, giusto per scavare un solco che non verrà più colmato, le prime dichiarazioni d’intenti parlano di “ben figurare”, la parola “vincere” non viene neanche presa in considerazione. Alla guida della squadra viene riconfermato Braghin, che nel breve periodo passato sulla panchina biancoblù non aveva certo impressionato per carattere e carica agonistica, e il suo inizio è a dir poco disastroso: 2-5 casalingo in Coppa Italia contro l’Unione Sanremo, squadra creata per rappresentare la città dei fiori in sostituzione della defunta Sanremese. L’allenatore rassegna le dimissioni, la coppia dirigenziale Cavaliere-Canepa (rientrato a Savona dopo la retrocessione vissuta ai tempi della gestione-Russo) lo implora di ripensarci, terrorizzata all’idea di veder naufragare tutto fin dalla prima partita. Cosa ne pensi la città del nuovo “progetto” messo in piedi lo si vede al momento della presentazione della squadra: in piazza ci sono più giocatori che tifosi, non servono altre parole.
Braghin dura un altro mesetto, giusto il tempo di collezionare 4 punti in trasferta e due umilianti sconfitte casalinghe contro Jolly Montemurlo e Argentina Arma. Al suo posto subentra Sandro Siciliano, che l’anno prima aveva subito la beffa di vincere il suo girone con il Bellinzago per poi vedere la società evaporare al momento di iscriversi in Lega Pro.
Siciliano raccoglie i cocci come può, schiera una formazione tutta contenimento e contropiede sfruttando al meglio le caratteristiche dello scattista Murano (che metterà a segno ben 26 gol) ma, al momento di chiedere qualche rinforzo durante il mercato invernale per puntare a una non impossibile promozione, dovrà incassare un netto rifiuto da parte della dirigenza che, ricordiamo, aveva in programma di “ben figurare”, non di “vincere”. E così fu.
Non si può chiudere il resoconto della stagione senza ricordare il gravissimo lutto che colpì tutta la tifoseria: il giorno precedente la partenza per il ritiro Claudio Bosano, storico magazziniere e ancor più storico capo della gradinata (nella quale ha speso la maggior parte della sua vita, prima di essere assunto dal presidente Romani), venne colto da un malore improvviso che lo fulminò davanti alla porta del magazzino in cui si stava recando per caricare sul furgone le borse e le attrezzature necessarie per il periodo di preparazione.
La botta fu violentissima per tutta la città e non solo: messaggi di cordoglio arrivarono da ovunque, da chiunque ebbe la fortuna di conoscerlo e di capirne e apprezzarne la totale identificazione con i colori biancoblù. Il suo funerale laico all’interno dello stadio (di mercoledì mattina) fu l’avvenimento con più partecipazione di pubblico in tutta la stagione e in quelle successive.

2015-16

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L’anno dell’ignominia. L’anno della macchia peggiore in tutta la storia sportiva del Savona. Ma vediamo come si è arrivati a tanto.
A inizio estate del 2015 la Procura di Catanzaro scoperchia parte del marciume che girava in Serie C e D: vale a dire che era prassi di dirigenti, allenatori e giocatori vendersi o comunque “aggiustare” le partite. Nel frattempo anche la Digos di Catania sta indagando: la squadra etnea si autodenuncerà (tramite il suo presidente Pulvirenti) per avere alterato il risultato di almeno 5 gare, al fine di evitare la retrocessione. Lo scandalo sarebbe enorme: significherebbe stravolgere in toto la classifica di Serie B, coinvolgendo anche società di lignaggio e facendo totalmente perdere credibilità al secondo torneo nazionale. Per cui la Procura Federale (e non solo) decide di sviare l’attenzione generale da una possibile bomba mediatica a un’altra, di gestione molto più semplice.
Si dà ampio risalto alle indagini del filone di Catanzaro, tanto che per mesi neanche si sanno le società chiamate in causa dal patron del Catania, mettendo sotto la luce dei riflettori una partita in particolare: Savona-Teramo, che ai tempi era valsa la promozione in Serie B degli abruzzesi. Per arrivare a creare il maggior risalto possibile si forzano determinate situazioni: per esempio, si afferma che Barghigiani era in Direttore Sportivo del Savona, quando costui era sì incaricato della gestione tecnica (assieme al suo sodale Ceniccola) ma solo in qualità di consulente esterno e non di dipendente. Perché la Procura arriva a dichiarare il falso pur di coinvolgere la società? Prima di tutto perché il Savona godeva di stima pressoché nulla negli ambienti, proprio a causa della scelta di coinvolgere due personaggi chiacchieratissimi come Barghigiani e Ceniccola; in secondo luogo perché la mala gestione societaria, con stipendi pagati in ritardo, continue inadempienze finanziarie ecc. era sotto gli occhi di tutti; in terza analisi perché serviva fortissimamente una partita da far passare come la “madre di tutti gli scandali”, in modo da mettere in temporanea naftalina tutto il resto.
L’operazione riuscì a metà: nelle prime settimane Savona e Teramo furono investite da un’ondata di fango che le seppellì sotto titoloni sparati in prima pagina dai quotidiani sportivi, poi, man mano che le udienze si dipanavano, le cose non andarono proprio come desiderato dai vertici federali. L’accusa era così strutturata: il presidente del Teramo, tramite il suo direttore sportivo, il direttore sportivo dell’Aquila e l’ex allenatore Ninni Corda, avrebbero concordato con Barghigiani e Ceniccola di lasciar vincere il Teramo a Savona. Per ottenere ciò sarebbero stati coinvolti il presidente del Savona, Dellepiane, e il capitano, Cabeccia. In più, il presidente teramano dichiarò di avere versato 30.000 euro da dividersi fra tutti i protagonisti.
Giova ricordare che nell’ordinamento sportivo, in barba a qualsiasi forma di diritto, non serve provare le accuse: basta che ci sia uno (Corda) che dice di avere sentito da un altro (Barghigiani) che un terzo (il presidente del Teramo) ha tirato fuori dei soldi per comprare una partita. Non importa se è successo veramente o no, con la semplice diceria si scatena il putiferio. Chiunque fosse stato allo stadio il giorno di Savona-Teramo, si sarebbe reso conto con i suoi occhi della differenza di tasso tecnico fra una squadra prima in classifica e una, penultima, che era riuscita a mettere assieme la metà dei punti della capolista. Non parliamo poi della coppia d’attacco biancorossa: Lapadula-Donnarumma, due che andranno a giocare in Serie A, letteralmente imprendibili due categorie più in basso.
Nonostante l’evidenza della situazione, che rendeva assurda tutta la costruzione dell’accusa, pesò come un macigno la confessione del presidente abruzzese, unica vera vittima di una truffa all’italiana (sullo stile di Totò che vende la fontana di Trevi all’allocco americano): lui i soldi li tirò fuori veramente, ma si fermarono molto prima di raggiungere il presidente o i giocatori del Savona…
Il processo di primo grado finisce con la retrocessione del Savona, la società fa ricorso, lo vince e viene riammessa in serie C. Nel frattempo, però, il tempo passa: Riolfo e il nuovo D.S. Papa si arrampicano sugli specchi per riuscire a convincere dei giocatori a venire a Savona. Il nome dei biancoblù è sputtanato in tutta Italia, chiunque senta parlare di Savona si volta dall’altra parte. L’inizio stagione è traumatico, addirittura gli striscioni saltano le prime 3 giornate in attesa di conoscere l’esito della sentenza di secondo grado: si ricomincerà dalla 4a di andata, guarda caso Teramo-Savona. Con un calendario compresso all’inverosimile per far recuperare ai biancoblù le giornate saltate, la squadra di Riolfo riesce anche a compiere un piccolo miracolo sportivo e ad azzerare la penalizzazione il 1° di novembre, con la vittoria contro il Pisa. Il giorno dopo, però, arriva la mazzata che distrugge definitivamente il morale di tutto l’ambiente: altri 5 punti di penalizzazione per le reiterate irregolarità amministrative, che continuavano anche in un momento in cui si sarebbe dovuto dimostrare che la società era virtuosa, quindi degna della categoria che occupava. Invece, l’esatto contrario.
Si va così avanti fra ricorsi, controricorsi, penalizzazioni che aumentano, diminuiscono e non ci si capisce più nulla. Nel marasma generale ci finiscono tutti, tifosi, giocatori, allenatore e società, che a 8 giornate dalla fine prende una decisione incomprensibile, non nella sostanza ma nei tempi: via Riolfo e dentro un demotivatissimo Maurizio Braghin, che altro non può fare che accompagnare la squadra a una retrocessione, tanto mesta quanto scontata.
A corollario di tutto, va anche ricordato come a società pesantemente coinvolte nel calcio-scommesse con dirigenti e giocatori rei confessi o colti nell’evidenza dei fatti (quali, ad esempio, Santarcangelo e L’Aquila), non solo venne risparmiata la gogna mediatica toccata al Savona, ma vennero portate in giudizio solo a gennaio con richieste da parte dell’accusa, a parità di reato, ben più lievi rispetto a quanto fatto nei confronti dei biancoblù.