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1911-12

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La formula del torneo non si discosta dalla precedente, con le seconde squadre delle formazioni di “Serie A” nettamente favorite nei confronti delle altre, anche perché per le partite più importanti potevano contare su qualche innesto mirato dalla formazione più titolata.

La finale, come l’anno prima, è fra il Genoa II e la Fratellanza, sempre e solo unica squadra di calcio in tutta la Liguria al di fuori di Genova. A questo giro, per un pelo i biancoblù non fanno uno scherzo ai più titolati avversari: dopo aver vinto la prima partita 3-2, soccombono nella rivincita 3-1. Serve la bella, che però finisce in parità: 2-2; si va alla quarta partita e i genoani “di riserva” la spuntano 3-1.

Nota di colore: stando alle scarne cronache dell’epoca, le partite si giocarono tutte sotto piogge torrenziali, che trasformarono i già precari campi dell’epoca in autentici acquitrini.

1910-11

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Come accennato, nonostante la sconfitta nella finale regionale il Savona (o meglio, la Fratellanza) venne ammesso a disputare la Seconda Categoria Ligure. A quei tempi i campionati si formavano “ad invito”, vale a dire che i dirigenti federali sceglievano in base a meriti sportivi e organizzativi chi poteva partecipare a quale torneo: non esistevano ancora criteri di promozione e retrocessione (ci arriveremo tra breve), per cui le scelte si basavano principalmente su pareri personali. Va anche detto che i dirigenti federali il più delle volte erano anche giocatori, arbitri e dirigenti delle loro rispettive società, quindi tendevano “a fare lobby”, come si direbbe adesso e ai neofiti venivano concessi spazi marginali. Quindi, essere stati chiamati a disputare il secondo torneo nazionale, creato in prima battuta per le squadre riserve delle formazioni più in auge, fu per i savonesi un gran passo in avanti a livello di considerazione sportiva. Soddisfazione che faceva il paio con quella di essere riusciti ad ottenere il primo campo sportivo vero e proprio: ad aprile del 1911, difatti, venne inaugurato il terreno di gioco preso in affitto dallo stabilimento delle “Distillerie Italiane”, che sarà il viatico per la successiva ammissione alla massima serie.

Ad ogni buon conto, il Savona si ritrovò per il secondo anno consecutivo in finale senza giocare neanche una partita, mentre la seconda squadra del Genoa eliminò quella dell’Andrea Doria nel concentramento cittadino.

Il primo (e ultimo) incontro ufficiale dei biancoblù fu una debacle pesantissima: 2-9 sul nuovo campo di via del Piano (futuro Marassi), adiacente quello dei cugini doriani.

2018-19

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Reduci dalla pessima figura dell’anno precedente, i vertici societari si guardarono bene dall’esporsi ad altre sparate sulle ambizioni per il nuovo campionato. Si viaggiava a fari spenti, anzi proprio senza fari: a novembre era già tutto finito, il distacco dal Lecco capolista pareva ormai incolmabile e a fine torneo raggiunse la cifra-monstre di 31 punti!
Per tenere viva l’attenzione su una squadra seguita solo dai parenti stretti e da qualche sparuto aficionado, con l’anno nuovo si cominciò una campagna auto-promozionale nella quale venivano sbandierate la raggiunta parità di bilancio e il prossimo azzeramento dei debiti pregressi, facendo intendere che ai campionati di vertice si era preferito il radicale risanamento dei conti: intento nobilissimo ma di difficile realizzazione, se non altro perché all’esterno non sembrava che la forza economica dei soggetti coinvolti potesse permettere una svolta così rapida e decisa. Ma chi non credeva al nuovo Verbo veniva pubblicamente attaccato anche in maniera durissima, mettendo in primo piano l’integrità morale dei dirigenti e la loro dedizione alla causa.
Qualche allocco cadde nel tranello, ma le bugie (si sa) hanno le gambe corte…

2017-18

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Un anno vissuto fra la farsa e l’improvvisazione: partito in una sera d’estate in cui ci si era candidati come una delle pretendenti alla vittoria finale, nonostante lo stravolgimento della squadra e il cambio di tecnico, proseguito con l’esonero di mister Tabbiani all’11a giornata con il Savona in caduta libera verso il fondo della classifica e terminato con l’ingaggio del quarto allenatore in 14 mesi, quel Marcello Chezzi arrivato con le stimmate del carneade (per avere allenato per 13 anni la squadra del padre) e rivelatosi la sorpresa migliore di un torneo da dimenticare. Naturalmente anche lui, come il suo predecessore Siciliano, non appena dimostrò di essere in grado di fare le nozze con i fichi secchi e di avere un minimo di ambizione, venne immediatamente escluso dal “progetto tecnico” per l’anno seguente.
Beffa delle beffe la promozione in Serie C dell’Albissola, effimera protagonista per un anno su scene calcistiche mai neanche immaginate e presto sparita dai radar pallonari nazionali.
A fine torneo arriva la comunicazione del disimpegno di Dellepiane, che cede la totalità del controllo della società a Cavaliere, pur mantenendo un ruolo di garante nel ripianamento di parte dei debiti pregressi da lui creati.